Motivazione della giuria: Premio Martin Rainer – Periferie
L’artista Martin Rainer (1923–2012), attivo a Bressanone, non si è mai interessato a ciò che sta al centro, né a ciò che è staticamente equilibrato o perfettamente calibrato. Il suo sguardo si rivolgeva piuttosto ai margini, alle zone periferiche che si sfrangiano, dove i contorni diventano indistinti. Questi luoghi dell’incompiuto, dell’imperfetto e dell’ambiguo sono stati posti al centro della sua ricerca artistica – in piena coerenza con il suo credo: «Il perfetto è maestoso e noioso». Erano le persone ai margini della società, il fluire tra diverse realtà e le cose apparentemente insignificanti ad attirarlo. Proprio quelle aree non chiaramente definibili, in cui molto rimane possibile, suscitavano il suo interesse.
Partendo da queste premesse, la giuria – Lisa Trockner, direttrice dello SKB, Josef Rainer, artista, Paulus Rainer, curatore al Kunsthistorisches Museum di Vienna, Hannes Egger, artista e vincitore del premio di riconoscimento 2024, e Martina Oberprantacher, direttrice del Kunsthaus Merano – ha individuato, per il Premio Martin Rainer di quest’anno, artiste e artisti le cui opere entrano in un dialogo fertile con il lavoro di Martin Rainer. Il premio 2026 – composto da un premio principale e due premi di riconoscimento – ha un’impostazione interdisciplinare e valorizza posizioni che, sul piano contenutistico e/o formale, si confrontano con ciò che sta al di fuori del centro: con l’eccentricità nel senso originario del termine.
I due premi di riconoscimento sono stati assegnati all’artista Sylvie Riant, che vive e lavora a Terento presso Brunico, nonché al duo artistico Florian Gass e Mirja Reuter, che vive e lavora tra Berlino e Monaco.
Sylvie Riant si allontana – in modo simile a Martin Rainer – dall’ideale eroico per rivolgersi all’essere umano nella sua fragilità esistenziale. Particolarmente significativa è la sua opera Aufbruch (2026), composta da un deambulatore in cera e da un video. Nella messa in scena, il deambulatore diventa un “oggetto dell’assenza” – un altare di pratica cultuale personale che evoca il corpo malato o morto come figura periferica, appena visibile. Questa estetica della sottrazione corrisponde strettamente alla sensibilità di Rainer per la dimensione interumana, le cui sculture agiscono attraverso una presenza silenziosa, spesso dolorosa.
Gli “spazi incolti” (Raine) – intesi, nel senso di Martin Rainer, non come confine ma come interfaccia – caratterizzano la pratica di Gass e Reuter. Collocati tra arte e contesto sociale, si impegnano per un’apertura strutturale degli spazi (artistici) istituzionali, creando così luoghi che accolgono ambiguità e pluralità di voci. Le loro opere partecipative, in particolare i teatri d’ombre e di figure realizzati in collaborazione con bambini e adolescenti, aprono nuove prospettive sociali e rendono possibili forme di esperienza estetica condivisa. Proprio questa modalità di co-creazione mostra una forte affinità con la pratica artistica collettiva e partecipativa di Rainer, che ha profondamente segnato la città di Bressanone.
Il premio principale viene assegnato all’artista austriaco Thomas Feuerstein, che vive e lavora a Vienna. Nella sua opera, la periferia diventa uno spazio produttivo di transizione – una zona del divenire e della trasformazione. Nonostante le differenze formali e mediali, emergono chiare affinità con Martin Rainer: entrambi si sottraggono a una concezione dell’arte come centro statico e spostano il significato verso i margini – tra vita e morte, forma e processo, autorialità e sistema. Thomas Feuerstein radicalizza questa prospettiva, non limitandosi a rappresentare la periferia, ma realizzandola concretamente. In cicli di opere come METABOLICA, le sue sculture si basano su processi biologici, chimici e algoritmici. I microrganismi producono e decompongono materiale, reagiscono alle condizioni ambientali e mantengono l’opera in una trasformazione permanente. La scultura diventa così un sistema, il tempo un fattore attivo e l’autorialità qualcosa che si distribuisce tra processi e attori non umani. Martin Rainer e Thomas Feuerstein non si collocano tanto in una linea di tradizione diretta, quanto piuttosto in un movimento di pensiero condiviso. Entrambi intendono l’arte come un processo aperto, in cui il significato non è mai definitivo, ma continuamente ridefinito. La periferia diventa così un luogo di incertezza produttiva – quello spazio in cui l’arte non conferma, ma interroga.